L’essere umano, esistente concreto, è l’assoluto morale della Bioetica

5 Aprile 2019

 

L’essere umano, esistente concreto, è l’assoluto morale della Bioetica

L’attuale crisi economica globale mostra indubbiamente a che cosa possa aggiungere l’economia senza l’etica e la coscienza. Nel dibattito pubblico sui temi salienti della biomedicina e biotecnologia si osserva anche una sbrigativa espulsione dell’etica in nome di un assunto, noto come “imperativo tecnologico”, per il quale si darebbe una perfetta coincidenza tra la mera fattibilità tecnica e la liceità morale. In tal modo, molti economisti e politici, hanno dimenticato che soggetto di ogni attività umana è sempre l’uomo stesso.

L’attività biomedica non si svolge per il bene dell’uomo in generale o per l’umanità ma per il bene del paziente – la persona sofferente. Il paziente è quest’uomo, questa donna concreta che ho qui, ora, davanti a me. È questa persona che soffre o che sta per nascere e ha bisogno della cura di un altro uomo. Il medico non è uno che sacrifica alcuni per il bene degli altri o per la scienza o per il futuro della specie umana, ma si pone al servizio delle singole persone.

Similmente alla società che è per l’uomo e non l’uomo per la società, così la tecno-scienza è per l’uomo e non l’uomo per tecno-scienza. Questa verità si può esprimere attraverso il principio di vulnerabilità. La scienza, infatti, come lo Stato, la società e il diritto civile, deve stare sempre dalla parte del più debole. Quando invece lo Stato o il diritto si pone della parte del più forte (p.es. un gruppo di lobbying o un interesse di parte) si stravolge il senso di tutto l’ordinamento sociale. Similmente, quando la scienza non è al servizio dell’uomo, di ogni uomo, la sua finalità cambia e il singolo esistente concreto – soprattutto il più debole: non ancora nato, bambino, malato, anziano – diventa strumento, mezzo per qualcos’altro, esposto alla “logica dello scarto”.

La scienza e la tecnica – secondo Donum vitae (DoV – 1987) – non solo devono porsi al servizio dell’uomo, ma anche promuovere il suo sviluppo integrale e a beneficio di tutti gli uomini. Come tali esse non possono né indicare il senso dell’esistenza e del progresso umano, né fornire i valori propri per la valutazione etica e morale dell’atto umano. Al contrario «essendo ordinate all’uomo da cui traggono origine e incremento, attingono dalla persona e dai suoi valori morali l’indicazione della loro finalità e la consapevolezza dei loro limiti» (DoV Intr. 2). Per evitare che la semplice efficienza tecnica s’imponga come unico criterio “etico”, ovvero ritenere di per sé buono tutto quello che è possibile fare tecnicamente, occorre mettere in questione (discernimento) e sottoporre alla valutazione di criteri superiori (etica) il metro dell’utilità che riduce altri esseri umani a strumenti di profitto economico, di tornaconto sociale e politico di un particolare gruppo d’interesse (aziende nazionali e internazionali, cordate impegnate in speculazioni finanziarie, ecc.) o di un’ideologia dominante (liberalismo radicale, comunismo, capitalismo selvaggio, ecc.). Infatti, «la scienza e la tecnica richiedono, per il loro stesso intrinseco significato, il rispetto incondizionato dei criteri fondamentali della moralità: debbono essere cioè, al servizio della persona umana, dei suoi diritti inalienabili e del suo bene vero e integrale secondo il progetto e la volontà di Dio» (DoV Intr. 2). In questo contesto possiamo meglio capire tutti i piani e gli approcci alla realtà – mondo dell’essere, del pensare e dell’agire-fare – che sono e devono essere mantenuti in collegamento molto stretto tra loro per servire, promuovere e difendere il valore/bene vero e integrale di ogni essere umano concreto (persona) e di tutti gli uomini e le donne come soggetti della scienza e della tecnica, indisponibili e non sacrificabili.


p. Edmund Kowalski, CSsR

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