La sfida bioetica degli organoidi
Faggioni / 24 Giugno 2024

Una delle innovazioni più promettenti nel campo della ricerca biomedica è costituita dai cosiddetti organoidi[1]. Un organoide è una struttura biologica tridimensionale derivata da cellule staminali pluripotenti e/o cellule differenziate che si auto-organizzano attraverso interazioni cellula-cellula e cellula-substrato/matrice per ricreare in vitro aspetti dell’architettura e della funzione di un determinato organo. Già dagli anni ’90 del secolo scorso era stata segnalata la possibilità di passare dalle classiche colture cellulari monostrato a strutture con architettura tridimensionale, ma lo sviluppo di questo campo di ricerca è diventato tumultuoso nell’ultimo decennio grazie ad un miglioramento nella nostra capacità di manipolare le staminali, ad una più profonda comprensione dei meccanismi di differenziazione cellulare, e all’introduzione di tecniche biomediche innovative, quali la stampa a 3 D. Le cellule di partenza possono essere cellule staminali derivanti dalla disgregazione di blastocisti (ESCs) oppure da staminali prelevate da un corpo adulto oppure da staminali pluripotenti indotte (iPSCs) secondo la metodica di riprogrammazione delle cellule somatiche inizialmente proposta da Takahashi e Yamanaka. Oltre alle staminali, è un dato acquisito che gli organoidi possono essere originati anche da cellule differenziate, come, per esempio i colangiociti, cellule delle vie biliari del fegato. Allo stato attuale delle ricerche gli organoidi si presentano…

Suicidio assistito: accompagnare sino alla fine?
Faggioni / 28 Febbraio 2020

    La discussione bioetica sul fine vita negli ultimi anni si è focalizzata sul cosiddetto diritto a morire (right to die) del paziente inteso come massima espressione della sua autonomia. Dal punto di vista razionale appare assurdo che un soggetto affermi se stesso con un atto che ha come finalità la propria autodistruzione: essere viventi è la condizione previa per poter prendere qualsiasi decisione e, per ciò stesso, la vita non può essere oggetto possibile di scelta. La legalizzazione o la tolleranza in alcuni paesi del suicidio di un paziente con l’assistenza di un sanitario (in Italia dal 2019 con una sentenza della Corte Costituzionale) (comunicato) costituisce una sfida per la pastorale: la volontà di darsi la morte non si configura mai come un atto moralmente accettabile, così come non è accettabile collaborare a mettere in atto una intenzione suicida. Tuttavia sembra contrario alla carità che una persona sofferente sia lasciato sola dalla Comunità cristiana in un momento così drammatico; per questo motivo sono stati prodotti negli ultimi anni diversi documenti che affrontano questa situazione nuova e conturbante[i]. Nel dicembre del 2019 è uscito, dopo un intenso dibattito interno, un documento della Conferenza dei Vescovi Svizzeri, Attitude pastorale face…

Fare o fondare la bioetica globale? 3 – Metabioetica: le ragioni di essere uomo, vita ed etica
Kowalski / 31 Gennaio 2020

    G. Harrison – utilizzando la metafora del “villaggio globale” di McLuhan – parla della contestualizzazione del “fare bioetica” all’interno della società pluralistica, dove potrebbero sorgere conflitti sul modo in cui i progressi nel campo biomedico potrebbero o dovrebbero essere applicati (G. Harrison, È la bioetica universale, tanto al Nord quanto al Sud del mondo?, 1994). Conflitti possono sorgere dalle differenze tra dottrine religiose, filosofiche o etiche, tra convinzioni culturali e assunzioni di fondo che riguardano la vita umana oppure tra i vari metodi che si usano per risolvere i conflitti di valore. Conflitti di questo tipo si possono risolvere o almeno si può tentare di risolverli con una visione globale e unificata dell’uomo, dell’etica, della vita e anche della medicina; una visione che connetta i principi tra loro in modo armonioso e integrato (con il principio di non contraddizione formale e pragmatica), evitando la conflittualità tra i principi stessi, oppure solamente evitandoli. Si evitano appunto i conflitti di valore nel “fare bioetica” quando si tenta di fondarla su una falsa omogeneizzazione di opposti interrogativi, spostando le frontiere assiologiche ed epistemologiche tra la natura e l’uomo, tra la scienza e l’etica, tra la biologia e l’antropologia. Il “fare bioetica”…

Fare o fondare la bioetica globale? 2 – Metabioetica: lo status epistemologico della bio-etica
Kowalski / 26 Dicembre 2019

    Il modello della bioetica o dell’etica globale, che ha caratterizzato anche la prima fase della storia della bioetica – forse il più diffuso, innanzitutto nel mondo anglofono – è quello cosiddetto dei “principi”. L’esempio classico del principialismo nella riflessione biomedica è l’opera Principles of Biomedical Ethics di Beauchamp e di Childress (1994). In tale ottica i principi normativi nel campo della bioetica sono stabiliti su base “contrattuale”, cioè mediante un accordo di base circa alcuni principi e norme che siano il più possibile condivisibili oppure mediante un bilanciamento dei doveri in questione (teorie proporzionaliste e consequenzialiste). Beauchamp e Childress hanno costruito un’etica globale, in quanto l’intera bioetica si basa su un sistema di principi prima facie (autonomia, non-maleficenza, beneficenza, giustizia), introdotti negli anni trenta dal filosofo inglese W.D. Ross (The Right and the Good, 1930) nella forma di doveri prima facie (prima facie duties). Si deve ben sottolineare che Beauchamp e Childress hanno preso solo quattro dai sette prima facie duties di Ross (fidelity, reparation, gratitude, beneficence, nonmaleficence, justice, self-improvement). Ogni principio non “riassume” la teoria – osserva giustamente G. Russo – bensì nasconde implicitamente diverse teorie contrastanti: «è una sorta di “surrogato” della teoria che rimanda a…

Fare o fondare la bioetica globale? 1 – La bioetica globale di V.R. Potter e di A.E. Hellegers
Kowalski / 29 Novembre 2019

La ricerca circa la genesi, lo sviluppo e i metodi di ricerca dei due pionieri della bioetica – V.R. Potter e A.E. Hellegers – ha permesso a Warren T. Reich di distinguere fra tre significati della parola “globale” attribuito alla disciplina (global bioethics): 1. in relazione all’intera terra (una etica universale per il bene del mondo); 2. nel senso di una comprensiva visione di tutti i problemi etici nelle scienze della vita e della salute (in ambito sia “biomedico” che “ambientale”); 3. nel senso che viene utilizzata una comprensiva serie di metodi nell’affrontare quei problemi: un’effettiva incorporazione di tutti i rilevanti valori, concetti, modelli di razionalità e discipline coinvolte (cf. W.T. Reich, Modelli di bioetica. Potter e Kennedy Institute a confronto, 1995). La prima pubblicazione di Potter, Bioethics: Bridge to the Future (1971), comprendeva una visione della bioetica che era globale nel primo senso: essa era focalizzata sui problemi universali riguardanti il futuro dell’intera terra. Potter con insistenza tendeva a portare l’attenzione su un’etica della Terra (land ethic) – già delineata da Aldo Leopold, secondo Potter precursore della bioetica – un’etica della natura (wildlife ethic), un’etica della popolazione (population ethic) e un’etica del consumo delle risorse (consumption ethic) in una…