Trascendere l’offesa nel dono

2 Aprile 2021
Fonte Roma_sette

Con i confratelli redentoristi si parla spesso a tavola, anche di quanto ho esposto nel precedente post. Specie di domenica, quando abbiamo più tempo per questo. A causa del coronavirus, si può stare solo in due per tavolo, per rispettare doverosamente le distanze cautelari. Questo fa sì che si possa entrare in un dialogo più interpersonale. Nella fiducia reciproca, anche a tavola si possono condividere più profondamente le cose che si vivono nella concretezza, intercettando le lezioni da imparare e le consolazioni da cogliere.

Questo mi aiuta a lasciare il pensiero spesso troppo umano e a sintonizzarmi con il pensiero e lo stile di vita dello stesso Gesù che insieme cerchiamo di seguire nella vita religiosa. A volte emergono tratti sorprendenti, forse leggermente “oscurati” anch’essi, ma – quando esposti alla luce della carità reciproca – si trasformano. In uno dei colloqui è emersa una mia persistente mancanza di riconciliazione con l’esperienza che avevo fatto il Polonia, immerso appieno nella prima ondata della crisi sanitaria ancora in atto.

Mi sto riferendo all’esperienza davvero forte, vissuta con la comunità dei redentoristi di Tuchów (seminario) dove mi trovavo in quei mesi. Il Covid-19 ha scombussolato tutto: noi che eravamo in buona salute abbiamo dovuto trasferirci in un’altra comunità. In un primo momento, mi è parso di vedere che i confratelli dell’altra comunità, terrificati dalla paura del contagio, quasi non ci volessero accogliere, pur trattandosi di una struttura separata, vicina alla loro comunità.

Devo confessare: mi sono sentito ferito da questa non-accoglienza dei confratelli. Mi ha colpito proprio tanto questo essere indesiderato, questo essere inaccettabile per i fratelli, proprio nel momento di grande bisogno. Alla fine, siamo stati accolti nella struttura, ma… sempre distanziati, anche emotivamente, non sapendo gestire la grande paura per il Covid-19. Finito l’anno accademico 2019-2020, sono tornato a Roma. Il cuore pare sia rimasto imprigionato nell’esperienza di paura che effettivamente ha danneggiato i miei rapporti con alcuni confratelli. Lo portavo dentro. Credo che tutto stesse anzi stigmatizzandosi in una forma di ferita che non voleva guarire…

È qui che torna la narrazione sull’avere tempo per l’altro. Quando si ha il tempo, marcato dalla gentilezza e dalla bontà che ascolta, la realtà può rivelarsi per quello che è senza ferire… I colloqui “evangelici” a tavola, sul seguire Gesù insieme nel concreto, hanno gettato un raggio di luce anche sulle mie oscurità, in particolare sul mio non saper perdonare il passato appena concluso. Ho compreso che questa situazione come una chiamata personalissima di Gesù rivolta a me. Mi sono reso conto di dover fare qualcosa. Ma che cosa dovevo fare?

In cerca di luce, nei colloqui semplici e disarmati a tavola, sono emerse alcune riflessioni semplici su come Dio-Carità supera l’offesa. Un confratello si è spinto a dire che Dio, in pratica, non Lo si può offendere mai, perché Egli trascende sempre l’offesa nel dono (riferibile a Benedetto XVI). Questo mi ha fatto fare uno scatto decisivo nel cuore. Mi sono detto: “Devi trascendere l’offesa (vera o presunta) nel dono, e subito!”.

Casualità: lo stesso giorno su un gruppo interno WhatsApp è comparsa una notizia sulla situazione grave relativa alla salute di due padri proprio della comunità di cui sto parlando con richiesta di preghiera per loro. Per me è diventata un’opportunità di fare un passo concreto, di trasformare la mia ferita in un dono. Ho risposto personalmente con un saluto e con una parola di assicurazione della mia preghiera fraterna.

Nel frattempo, è giunta un’altra notizia preoccupante relativa a mia sorella e a suo figlio quattordicenne, anch’essi nella lotta contro il coronavirus. Ho deciso di dare ai miei cari un segno concreto di vicinanza in questa situazione dolorosa, celebrando l’Eucaristia per loro. Ma proprio in quel momento mi è venuto il pensiero, che posso offrire questa messa anche per i miei confratelli di Lubaszowa. Anche loro sono stati contaminati dal virus… è proprio nell’Eucaristia che è avvenuto il passo decisivo di guarigione, nel trascendere l’offesa nel Dono.

È seguita una felice comunicazione da parte mia: «Padre, alle 12.00 ho celebrato l’Eucaristia qui, a Roma, davanti alla Madonna del Perpetuo Soccorso, per i vostri malati, per tutti voi». Il confratello ha risposto immediatamente, con parole penetranti: «Padre, grazie mille. Colgo l’occasione per chiederti: se c’è stato qualcosa di sbagliato da parte mia durante il vostro soggiorno da noi nel mese di giugno scorso, scusatemi! A volte, proprio quando si vuole fare il bene, le cose vanno nel senso opposto. Volevo parlartene già tempo fa, ma forse non ce n’è stata data l’occasione. Grazie!».

Ho risposto scrivendo: «Padre, ho pensato alle mie reazioni. Gesù, recentemente, mi ha sollecitato con forza a perdonare e a (ri)costruire le relazioni. Sai, Padre, durante la mia permanenza a Tuchów, quando la comunità era stata colpita dal virus, ho dovuto attraversare l’esperienza di una grande paura per me stesso, ma Dio mi ha guidato. È stato un cammino difficile. Non mi rendevo conto che anche gli altri fratelli si stavano confrontando con un’esperienza analoga. Dispiace anche a me, per aver pensato e anche parlato male di voi. Mi dispiace, padre. Perdonami ti prego!». Lui ha risposto: «Padre, grazie mille. Padre, ti perdono e ti chiedo di perdonarmi»!

Vorrei concludere questa mia riflessione con un testo prezioso e forte di san Francesco d’Assisi. Nel contesto del martirio dei primi frati, il Poverello d’Assisi offre un monito ai suoi fratelli. Proprio qui si trova la fonte del titolo della enciclica di Papa Francesco: Fratelli tutti.

L’Ammonizione VI dice: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose, e per questo hanno ricevuto dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere […] e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle»[1]. I santi hanno “compiuto le opere”, quindi si tratta dello stile della nostra vita, della nostra vita morale, in cui la parola nasce dai fatti e i fatti nascono dalla Parola.

Mi sono permesso di comunicare tutto questo, con tratti molto personali, per mettere in evidenza che ogni contesto, anche il più oscuro, si illumina, se lungo la strada (anche a tavola) ci si incontra tra cuori aperti e gentili che “hanno tempo”.

p. Krzysztof Bielinski, CSsR


[1] San Francesco d’Assisi, Ammonizioni VI.

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