Le radici economiche dei conflitti

14 Ottobre 2022
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Il 1492, anno della “scoperta” dell’America da parte di Cristoforo Colombo, è l’anno che segna la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna, dando il via in Europa ad una serie di importanti cambiamenti in tutti i campi, dalla cultura, alla religione, all’economia, ambito quest’ultimo caratterizzato dalla rivoluzione nelle attività produttive e commerciali, che portarono alla graduale trasformazione della ricchezza e, con l’affermarsi delle nuova classe mercantile e borghese, all’imporsi di una nuova visione della proprietà individuale dei beni materiali. 

L’inglese John Locke (1632-1704) formalizzerà la ricomprensione del diritto di proprietà privata considerandolo, insieme al diritto alla vita e alla libertà, un diritto naturale, inalienabile, preesistente alla Stato che ha il compito di tutelarlo in modo assoluto. Locke spiega che sebbene la terra e tutte le creature inferiori appartengano in comune a tutti gli uomini, ognuno ha la proprietà della propria persona, sulla quale nessuno ha diritti a eccezione di egli stesso. Di conseguenza si può affermare che il frutto del lavoro della persona sia sua esclusiva proprietà. Su questa base il diritto di proprietà privata sarà riconosciuto e garantito fino ad oggi, sia pure con sfumature diverse, in tutti i paesi liberalisti e ad “economia di mercato” come ius utendi et abutendi (diritto di usare ed abusare), dando al proprietario la facoltà di esercitare il suo diritto in modo esclusivo ed assoluto senza alcun obbligo verso alcuno anche perché, secondo F.A. von Hayek (1899-1992), la proprietà privata è «la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l’assenza di conflitti».

La visione Cristiana tuttavia è sempre stata diversa e quanto affermato anche recentemente dall’attuale Pontefice nella Laudato si’, è quanto la Chiesa ha sempre insegnato. Troviamo una sistemazione organica di tale visione nella Summa Theologiae di S. Tommaso d’Aquino che, riprendendo il ricco insegnamento biblico e l’altrettanto ricca riflessione dei Padri della Chiesa, offre una sintesi che costituisce ancora oggi il punto di riferimento imprescindibile, tra l’altro riproposto fedelmente a partire da Rerum novarum, primo documento della Dottrina sociale della Chiesa, fino ai recenti pronunciamenti pontifici.

S. Tommaso ricorda che Dio è l’unico “proprietario” assoluto di tutte le cose, ma egli stesso ha preordinato che tutte le cose servissero al sostentamento dell’uomo, il quale è un “amministratore” di esse, con il potere di servirsene «a proprio vantaggio mediante l’intelletto e la volontà, considerandole come fatte per sé; gli esseri meno perfetti, infatti, sono per quelli più perfetti». Inoltre «la proprietà privata o un qualche potere sui beni esterni assicurano a ciascuno una zona del tutto necessaria di autonomia personale e familiare, e devono considerarsi come un prolungamento della libertà umana» (Gaudium et spes, n. 71). Tuttavia, allo stesso tempo, non va mai dimenticato che «ogni proprietà privata ha per sua natura anche un carattere sociale, che si fonda sulla comune destinazione dei beni» (ibid.; Centesimus annus, n. 30).

Per questo motivo S. Tommaso ricorda che «l’uomo non deve considerare le cose come esclusivamente proprie, ma deve essere disposto a partecipare largamente nelle altrui necessità», così come fin dall’inizio richiama anche la Dottrina sociale della Chiesa (Rerum novarum, n. 19) in ottemperanza al principio della destinazione universale dei beni (Gaudium et spes, n. 71) che prevale sul diritto di proprietà, in quanto il proprietario non gode di uno ius utenti et abutendi, ma piuttosto di una «potestas procurandi et dispensandi» (facoltà di procurare e amministrare).

Trascurando questa dimensione «la proprietà può diventare in molti modi occasione di cupidigia e di gravi disordini» (Gaudium et spes, n. 71), come esplicitamente aveva messo in guardia con grande lucidità Quadragesimo anno all’indomani della prima grande crisi economica del 1929. L’enciclica sociale del 1931 constatava infatti il consolidarsi di una «concentrazione della ricchezza» e di un «accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi» (n. 105). Denunciava inoltre che: «Una tale concentrazione di forze e di potere […], è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere […] i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza» (n. 107), in modo tale che «la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: […] per la prevalenza economica; […] per il potere politico, […] infine […] tra gli stessi Stati» (n. 108). 

Quadragesimo anno non si limitava solo alla denuncia ma indicava, con grande attualità, anche le modalità per superare un tale stato di cose, invitando «soprattutto ad avere riguardo […] alla doppia natura, individuale e sociale […] della proprietà e del lavoro» e sottolineando che «le istituzioni dei popoli dovranno venire adattando la società tutta quanta alle esigenze del bene comune cioè alle leggi della giustizia sociale; onde seguirà necessariamente che una sezione così importante della vita sociale, qual è l’attività economica, verrà a sua volta ricondotta ad un ordine sano e bene equilibrato» (n. 110).

È un insegnamento che tiene conto della complessità dell’esistenza umana, eccessivamente semplificata nella riflessione economica che, alla luce degli avvenimenti odierni, rivela con grande forza tutta la sua attualità.

Leonardo Salutati

Fonte https://www.ilmantellodellagiustizia.it/leonardo-salutati-2022/le-radici-economiche-dei-conflitti

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