La speranza si può imparare. Con tre scalini. Di Alfonso V. Amarante

 

La speranza si può imparare. Con tre scalini

Parlare nel nostro contesto della virtù teologale della speranza sembra quasi un ossimoro. In un mondo impegnato a essere centro se stesso, dove solo il fruibile ha valore, la speranza appare come un orpello antico e inutile.

Papa Francesco nell’esortazione apostolica postsinodale Christus vivit contrappone alla logica dell’immediato e del pessimismo l’educazione alla speranza. Rivolgendosi ai giovani non esita a scrivere di vigilare perché non «si lascino rubare la speranza» (n. 15). L’invito del pontefice sprona a percorrere strade che educano alla speranza come incontro di fede in Gesù che «conduce a una speranza che va oltre, a una certezza fondata non soltanto sulle nostre qualità e abilità, ma sulla Parola di Dio, sull’invito che viene da Lui» (n. 141).

Preso nel suo insieme tutto il quinto capitolo della Christus vivit è un percorso di educazione alla speranza.

Il dialogo che ci apre

La speranza cristiana ha la sua ragione di essere in Dio, che con la sua promessa, fatta carne in Cristo, tiene desto il nostro desiderio della vita eterna. Se questo è il contenuto teologico della speranza, resta il problema di come declinare tutto ciò nella vita di credenti.

Una prima pista ci viene offerta dallo stesso pontefice, il quale ci invita a sostenere la cultura del dialogo come via maestra. Il dialogo vero presuppone la capacità dell’ascolto silenzioso e rispettoso. Il dialogo vissuto in pienezza martirizza, perché invita all’accoglienza reverente dell’altro.

A tal proposito potremmo parlare del dialogo come una vera virtù che abilita all’incontro, all’ascolto reciproco e alla libertà sincera nel rispondere costruttivamente. Il dialogo per essere fruttuoso richiede che le persone coinvolte abbiano dei valori comuni.

Il dialogo, vissuto come cammino educativo, invita a uscire dalle nostre sicurezze per aprirci all’ascolto, a scoprire un orizzonte diverso dal nostro. Nel cammino di maturazione spesso c’è la tentazione di volersi sempre, e per forza di cose, confrontarsi con l’altro, più che entrare in relazione. Il dialogo vissuto come confronto spesso scade in scontro.

La nostra società, fatta di comunicazioni iper-veloci, ha un tasso altissimo di parole che più che creare ascolto e comprensione costruiscono muri.

Educare al dialogo significa educare la mente e il cuore a non rinchiudere l’altro negli schemi che di sovente vogliamo applicare per essere certi di dominare. Guardare l’altro come possibilia Dei apre ed educa alla speranza.

Dalla responsabilità alla libertà

Un cammino di speranza così inteso invita a educare alla responsabilità. Essere responsabili significa educare all’uso delle parole utilizzate.

Lo sforzo dell’educazione alla responsabilità, come via maestra verso la realizzazione della speranza, comporta aiutare a maturare scelte libere e consapevoli. La responsabilità lega insieme passato e futuro. La responsabilità può prendersi cura del presente se ha memoria del passato e proietta verso i beni futuri.

Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ ricorda che «non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valorizzano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità» (n. 118).

La responsabilità si apprende come stile di vita, non dal singolo, ma dalla comunità che in reciprocità di coscienze, accompagna i più fragili, si prende cura dell’ambiente, per affidare alle giovani generazioni una speranza sempre nuova.

Globalizzare la speranza

Se la responsabilità individuale e comunitaria è vissuta in pienezza ci fa cogliere un’ulteriore sfida: globalizzare la speranza.

Potrebbe sembrare un gioco di parole ma «globalizzare la speranza» e «sostenere le speranze della globalizzazione» sono impegni prioritari per un’educazione veramente umana. Se il fruibile è superiore alla speranza cristiana, se gli interessi economici sono superiori alla cura del creato, se la logica del potere è superiore a quella del servizio, l’homo homini lupus ha vinto la sua sfida sull’educazione alla speranza cristiana.

Invece a questa logica riduzionista si oppone la speranza cristiana, che apre il cuore al progresso, allo sviluppo, alla pace per costruire un mondo migliore in vista della promessa della visio beatifica.

«Globalizzare la speranza è la specifica missione dell’educazione all’umanesimo solidale. Una missione che si adempie attraverso la costruzione di rapporti educativi e pedagogici che addestrino all’amore cristiano, che creino gruppi basati sulla solidarietà, nei quali il bene comune è connesso virtuosamente al bene di ogni suo componente, che trasformi il contenuto delle scienze in linea con la piena realizzazione della persona e della sua appartenenza all’umanità» (Congregazione per l’educazione cattolica, Educare all’umanesimo solidale, 2017, n. 18).

(Fonte Blog Il Regno: http://www.ilregno.it/blog/).

La Bioetica nei Paesi in via di sviluppo di Giovanni Del Missier

La Bioetica nei Paesi in via di sviluppo

di Giovanni Del Missier

La prospettiva dalla quale si guarda alla bioetica e la si elabora nei Paesi in via di sviluppo, mette seriamente in questione alcuni presupposti scontati della sua impostazione canonica nel Nord del mondo, puntando a ridefinirne l’agenda quanto a tematiche e a priorità.

È quanto di più significativo è emerso dall’incontro-dibattito Pensare e proporre la Bioetica. Prospettive da paesi in sviluppo, che si è tenuto lunedì 13 maggio 2019 nell’aula magna dell’Accademia Alfonsiana (Roma) a cura del visiting professor Marcio Fabri dos Anjos, redentorista, docente di Teologia morale presso l’ISPES-Instituto São Paulo de Estudos Superiores (S. Paolo, Brasile) e membro di diverse istituzioni correlate alla pratica della bioetica.

L’esperienza del contatto con la realtà dei poveri come pazienti e soggetti della bioetica chiede un ripensamento profondo della riduzione della bioetica alla clinica (come erede della lunga tradizione dell’etica medica) e della sua focalizzazione sui problemi di frontiera, le questioni emergenti che rischiano di oscurare i problemi persistenti che spesso riguardano le più elementari tematiche della giustizia sociale. I poveri impongono un allargamento dello sguardo alle cause sociali delle gravi sperequazioni che segnano le problematiche della salute pubblica, dell’accesso ai servizi sanitari e della loro qualità. Si richiede alla bioetica una minore astrazione idealizzante, in favore di una sua elaborazione contestuale capace di generare una coscienza critica nei confronti delle ingiustizie strutturali e sistemiche, mettendo sotto i riflettori i rapporti del sapere-potere con la fragilità umana. Questo potrebbe risultare un antidoto efficace contro la riduzione della bioetica a mera biogiuridica, alla diffusa applicazione del doppio standard nella ricerca clinica (ingiustizia nell’impostazione dei trial su popolazioni naïve), alla colpevolizzazione dei poveri in ordine alle malattie che li affliggono…

È chiaro che una simile impostazione dilata gli orizzonti della riflessione etica intorno ai temi della vita e dell’impiego delle tecnologie: come ha indicato papa Francesco nell’enciclica Laudato sì’ la questione non è solo settoriale e specialistica, ma socio-culturale e antropologica. Il nucleo centrale su cui riflettere è, dunque, il potere (su economia-finanza, conoscenza, informazione, big data) i suoi detentori, più o meno occulti, e i controlli che possono essere esercitati su di esso per proteggere i soggetti più vulnerabili e le libertà. In tal senso, il riferimento all’autonomia, come principio guida della bioetica occidentale, deve essere rimodulato a partire da una nuova consapevolezza dell’interdipendenza umana (principio di vulnerabilità) e del carattere evolutivo, condizionato e situato di ogni esistenza concreta (principio di socialità/solidarietà).

Infine, è stata evidenziata una questione di metodo che caratterizza la presenza dei credenti nella società post-secolare pluralista: l’impostazione “religiosa” anche in campo bioetico viene sfidata a un confronto con la laicità che impone l’uso di discorsi comprensibili e di argomentazioni non dogmatiche. Ciò implica un ripensamento radicale dei linguaggi e delle ragioni con cui difendere le posizioni che l’esperienza cristiana suggerisce e sostiene, al fine di offrirle in termini persuasivi e condivisibili. È chiaro che il contesto in cui ciò si rende possibile è quello del dialogo autentico, del credito di fiducia ad altri uomini e donne che, pur non cristiani, condividono preoccupazioni etiche autentiche e una ricca sensibilità umana. Un dialogo con il mondo, nel mondo e per il mondo.

E a ben vedere, si tratterebbe di un ritorno alle fonti della disciplina, al suo carattere integrale e globale, così come era stata pensata dai pionieri: A. Leopold, F. Jahr, V.R. Potter. Una bioetica preoccupata della sopravvivenza e del benessere di tutta la biosfera, attenta anche alle generazioni future e alla vita non umana, senza dimenticare il prossimo concreto. A partire dal rifiuto di ogni forma di violenza e nel riconoscimento della comune fragilità che deve renderci solleciti alle necessità dell’altro, vicino e bisognoso, sarà possibile che tutti abbiano vita dignitosa e  in abbondante, secondo «il sogno di Dio».

(Fonte www.settimananews.it)

Congresso Internacional de Ética Teológica

 

Congresso Internacional de Ética Teológica
44° Congresso della Società Brasiliana di Teologia Morale e Incontro degli ex Alumni dell’Accademia Alfonsiana di Roma

Ética entre poder e autoridade
Cenários, fundamentos, perspectivas

26 – 28 agosto 2019

(Aparecida, Brasile) – La capitale mariana del Brasile, Aparecida, ospiterà, dal 26 al 28 agosto, il primo congresso internazionale di etica teologica. Con il tema “Etica tra Potere e Autorità – Scenari, Fondamenti e Prospettive”, l’evento vuole offrire un contributo del pensiero cristiano alle sfide etiche nelle trasformazioni socioculturali dei nostri tempi.

La densità delle relazioni di potere deriva da un lungo processo di trasformazione socioculturale che raggiunge i nostri tempi con grandi esigenze etiche. “L’etica tra potere e autorità è un argomento molto attuale. Lo sviluppo tecnologico è cresciuto incredibilmente nelle nostre mani e le questioni etiche sono cadute in secondo piano. I risultati sono stati disastrosi per l’umanità e per la vita stessa sul pianeta Terra. In questo congresso, vogliamo migliorare la nostra consapevolezza delle sfide di questa materia”, afferma il coordinatore generale del congresso, padre Márcio Fabri dos Anjos, C.Ss.R.

L’iniziativa è rivolta a teologi, professionisti di diverse aree, ex allievi brasiliani dell’Accademia Alfonsiana di Roma e persone che sono disposte a riflettere sul tema accademicamente, provenienti anche da altri paesi. Il programma prevede conferenze plenarie, tavole rotonde e spazio per comunicazioni orali di altri contributi.

Il Cardinale Arcivescovo di Brasilia, Mons. Sérgio da Rocha, apre l’evento con la conferenza tematica: “Potere, autorità ed etica: possibilità e sfide attuali”. Altri illustri studiosi della scena nazionale e provenienti da Roma e Bogotà sono tra i relatori della conferenza.

Accanto all’evento, c’è il 44° Congresso della Società Brasiliana di Teologia Morale e l’incontro degli ex Alumni dell’Accademia Alfonsiana di Roma (Fonte www.cssr.news)

 

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Maggiori informazioni sul sito: https://www.a12.com/redentoristas/congressoetica