docenti

Dalbem Maikel Pablo

 

Professore assistente
Tel.: 0649.490.634
e-mail: mdalbem@alfonsiana.org

 

 

 

Nato in Brasile nel 25 dicembre 1981, è missionario redentorista ordinato Sacerdote nel maggio 2009, nella provincia redentorista FJ2600 (Rio de Janeiro – Brasile).

Dal 2009 al 2014 svolge l’attività di docenza e assessoria teologica presso alcuni diocesi a Minas Gerais. Dal 2011 al 2014 è consigliere provinciale, superiore di comunità e formatore del pre-noviziato presso la sua provincia redentorista di appartenenza.

Consegue la licenza in Teologia Sistematica – Sacra Scrittura nel Aprile 2009 presso la FAJE (Facoltà Gesuita, Belo Horizonte – Brasile). Inizia il suo Dottorato di Ricerca presso l’Accademia Alfonsiana nel febbraio 2016. Consegue il Titolo di Dottore in Teologia Morale nel Settembre 2019 con una ricerca sul rapporto tra la filosofia sul corpo di San Tommaso d’Aquino e la fenomenologia di Michel Henry.

In memoriam: Prof. Marian NALEPA C.SS.R. (1936-2019)

 

Marian Nalepa è nato il 27 febbraio 1936 a Tarnów, in Polonia. Ha emesso la prima professione presso la Congregazione del Santo Redentore il 31 agosto 1953, a Tuchów, dove è stato ordinato sacerdote il 26 giugno 1960. In seguito ha studiato all’Università Cattolica di Lublino (KUL), dove nel 1967 ha conseguito il dottorato in teologia fondamentale con la dissertazione “La questione della struttura dell’atto di fede cristiana alla luce del pensiero di A. Brunner”. Negli anni 1967-1972 fu responsabile della formazione degli studenti di teologia nel Seminario maggiore redentorista, sempre a Tuchów, dove insegnò teologia fondamentale, filosofia della religione, storia della religione, teologia dell’ecumenismo e teologia della grazia. Nell’anno accademico 1973-1974 ha tenuto conferenze all’Università cattolica di Lublino e successivamente è stato trasferito all’Accademia Alfonsiana di Roma, dove ha prestato il suo servizio di docente e di studioso per 18 anni (1974-1992).

Fu apprezzato dagli studenti e stimato dai colleghi per sua forte sensibilità all’uomo contemporaneo e per la capacità perspicace di lettura del tempo attuale, nel quale riflettere sull’altissima chiamata dei credenti in Cristo, quella di realizzarsi nella carità operosa, animati dalla fede intelligente e protesi verso la pienezza nella speranza che non delude mai. Erano proprio questi i suoi maggiori contributi, innervanti la riflessione teologico-morale, specialmente nel campo dell’etica delle virtù teologiche, come quelle che trasformano la morale in una vita di unione con Dio e con il fratello.

Tali tematiche traspaiono dalle sue pubblicazioni che aveva lasciato in eredità alla comunità accademica alfonsiana, sparsa nel mondo tramite i suoi alunni. Si occupava infatti della vita personale cristiana intesa come dialogo della fede (1975). Si è dedicato anche alla dimensione ecumenica della morale cristiana (1977), non trascurando la dimensione ecclesiale della fede personale cristiana (1978). Non gli sfuggivano gli aspetti più drammatici della vita umana, come la tensione fra paura e speranza, capace di operare la scissione tra la fede e la vita, provocando un vero problema teologico e pastorale (1979).

Lo appassionavano senz’altro altre dimensioni della vita morale, come l’eroismo e l’ortoprassi della fede personale cristiana (1980) o ancora la scissione tra la fede e la vita come problema interno della fede (1981). Il nesso fra la morale cristiana e la morale sacramentale è entrato ugualmente nell’arco delle sue investigazioni (1982), approfondendo al contempo il suo tema privilegiato, quello del credere, nel suo rapporto con l’essere fedeli (1983). La morale sacramentale rimaneva per lui un campo di ricerca molto attraente, specie in riferimento al battesimo quale sacramento di una speciale “nobiltà cristiana” (1986).

Si è fatto conoscere, inoltre, per le interessanti investigazioni relative al carisma redentorista, sempre nella morale, come quelle relative alla “concezione personalistica della misericordia”, in corrispondenza con l’enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II, un contributo che illuminava il rapporto fra Morale e Redenzione (1983). Curando insieme al Prof. T. Kennedy l’omaggio al prof. Domenico Capone (La coscienza morale oggi, 1987) è entrato coraggiosamente in un altro campo, per i suoi tempi profetico, quello della “configurazione trinitaria” della coscienza morale cristiana. Lo ricorderanno numerosi alunni dell’Accademia per la dedizione alle loro fatiche per l’illuminata giuda nelle articolazioni dei dati della fede nei contesti etici sempre nuovi del mondo che andava globalizzandosi.

Terminato il servizio accademico è tornato in Polonia, dove si è dedicato anche al ministero pastorale che aveva sempre amato, specialmente a livello di consulenza spirituale, ministero di riconciliazione e illuminata predicazione. Ha vissuto la sua vita missionaria nelle comunità redentoriste di Zamość (1992–1994), Bardo (1994–2004) e Głogów (2004–2019).

È partito per il cielo il 17 settembre 2019, dopo 83 anni di una vita appassionata, di cui una 60 di anni dedicati alla generosa e intelligente proclamazione del Vangelo, in varie forme, non solo quelle accademiche. È stata una vita donata, in risposta alle forti e onesti inquietudini del postconcilio, relative alla condizione dell’uomo moderno. È stata una vita bella, perché mai soddisfatta con le risposte, anche le più brillanti, eppure mai pienamente sazianti né mai ritenute definitive. Una vita che conosceva bene l’odore delle pecore e il loro lamento, nell’aspirazione di quell’Ovile definitivo che Cristo ha inaugurato sulla terra nella sua Chiesa.

Prof. Andrzej S. Wodka C.SS.R.

A. V. Amarante – F. Sacco (Edd) – Riconciliazione sacramentale. Morale e prassi pastorale

Oggi il sacramento della riconciliazione è in crisi e la poca affezione al confessionale vale sia per il confessore che per il penitente. Una crisi da rintracciare in molteplici fattori: la parola peccato che a molte persone non dice più nulla, l’aver caricato di significato negativo la celebrazione di questo sacramento, il rischio che il sacerdote si impadronisca del sacramento impedendo che la grazia di Dio agisca nei cuori. Ecco un testo in cui, i docenti dell’Accademia Alfonsiana, in modo interdisciplinare e transdisciplinare riflettono sulla prassi di questo sacramento. Infatti, a partire da un quadro d’insieme biblico, storico e dommatico, e guidati dalle indicazione dall’Esortazione apostolica Veritatis Gadium, gli autori riflettono su possibili vie pastorali, per la chiesa in uscita, atte a rispondere alle difficoltà che il sacramento della riconciliazione incontra nel nostro contesto e come questo sacramento può essere vissuto nella prassi pastorale in prospettiva pasquale e allo stesso tempo inserendolo nella diaconia sacerdotale alla formazione delle coscienze dei fedeli per una loro piena maturità in Cristo.


A.V. Amarante – F. Sacco (edd.)
Riconciliazione sacramentale. Morale e prassi pastorale
Messaggero, Padova 2019 


Curatori del volume

A.V. Amarante, C.Ss.R

sacerdote, teologo e docente di teologia morale. Nel 2002 ha conseguito il dottorato presso la Pontificia Università Gregoriana. Ha insegnato presso la Pontificia Università Urbaniana e la Facoltà teologica dell’Italia Merdionale sezione “san Luigi”. Docente ordinario presso l’Accademia Alfonsiana e docente incaricato presso la Pontificia Università Lateranense. È membro del Consiglio di presidenza dell’Associazione dei professori di storia della chiesa in Italia, consultore presso la Congregazione dei santi dal 2010. Dal 2018 è Preside dell’Accademia Alfonsiana, Istituto Superiore di teologia Morale della Pontificia Università Lateranense, a Roma.

Filomena Sacco

docente di teologia morale. Nel 2008 ha conseguito il baccellierato in teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia Meridionale sezione “San Tommaso” e nel 2014 il dottorato in teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana di Roma. Docente invitato presso la stessa Accademia Alfonsiana e docente incaricato presso l’Istituto Teologico Leoniano di Anagni.


In ricordo di Mons. Luigi Padovese, professore invitato dell’Accademia

Da una conferenza di Mons. Luigi Padovese su “Missionarietà e dialogo”
Anni addietro E. Käsemann ebbe a scrivere: “Solo il Dio della croce è il nostro Dio. Ed egli non è mai il Dio che il mondo può accettare senza essersi convertito”. Da questo punto di vista il “perché non sono (o non sono più) cristiano” di molti nostri contemporanei, deve tramutarsi per noi in un interrogativo e in un ripensamento: “Perché io sono (ancora) cristiano?” Che cosa fonda la nostra identità?
Chi non accetta Cristo può esercitare nei nostri confronti una funzione maieutica, costringendoci a mettere in luce le fondamenta della nostra fede, proprio come avvenne nei primi secoli quando le questioni provenienti dal mondo pagano ed ebraico hanno costituito uno stimolo per la riflessione cristiana e finanche per il suo sviluppo dottrinale. Allora come oggi è bene porsi sotto gli occhi le difficoltà di essere cristiani per non correre il rischio di illudersi d’esserlo o di esserlo troppo facilmente. Per chi è chiamato all’annuncio non si tratta perciò soltanto di ripensare e di riproporre in modo nuovo il messaggio evangelico per facilitarne la comprensione e l’accettazione, ma di fare presente che la fede cristiana – anche nella situazione attuale – ha qualcosa di difficile da accettare ma d’incontestabilmente essenziale: la fede nella manifestazione dell’Assoluto in una particolarità storica, ossia la fede nella comunicazione che Dio ha fatto di sé in Gesù Cristo. Ora, il problema di fondo che il pluralismo religioso pone è quello di connettere la volontà salvifica universale di Dio con questa fede in Gesù Cristo unico mediatore tra Dio e gli uomini e – di conseguenza – come rimanere aperti al dialogo senza rinnegare la fedeltà all’unicità del cristianesimo.
Si conoscono le risposte date su questo tema fin dagli inizi del cristianesimo: una esclusivista secondo la quale il cristianesimo è la ‘vera religione’ al di fuori della quale non v’è salvezza; una di tipo inclusivo che pur riconoscendo l’unicità della salvezza operata in Cristo, vede nelle tradizioni non cristiane una sorta di ‘praeparatio evangelica’ (Nostra aetate 2); una pluralista in cui le diverse religioni sono valutate su piano paritario come risposte date all’unica realtà divina e quindi non misurate a partire dall’evento di Gesù ma dalla volontà salvifica universale di Dio. Pur rinunciando a parlare di egemonia del cristianesimo rispetto alle altre religioni e riconoscendo che l’opera di Dio non è limitata dall’economia dell’incarnazione, è un fatto che l’affermazione di Paolo “In Cristo (…) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9) suona inequivocabile. Come afferma Claude Geffré “il cristianesimo, proprio in quanto religione dell’incarnazione, è la religione del paradosso assoluto”. Questa constatazione non ammette equivoci e ci ricorda che il nucleo del cristianesimo non è la fede in Dio, ma in questo ‘volto’ di Dio, incarnato quanto sofferente. Come è sottolineato nella tradizione patristica che non ha perso nulla della sua attualità, questa è la ‘porta stretta’ per la quale si deve passare piegando il capo nell’esercizio dell’umiltà che, come afferma Ilario di Poitiers, rappresenta “la più importante delle virtù” in quanto su di essa è modulata tutta l’esperienza umana di Cristo. Evidentemente l’accettazione di questa esperienza, e più specificamente della passione e morte o del ‘sacramentum humilitatis’ esige uno sforzo della volontà dal momento che l’intelligenza da sola è incapace di afferrare “il perché di un Dio posto sulla croce”.
Ma non è scandaloso tutto ciò? Non è un insulto all’intelligenza umana e un fare violenza a Dio il volerlo delimitare, restringerlo entro un uomo, per giunta crocifisso? Guardando a fondo, l’incredulità riflessa nei confronti di Cristo nasce spesso dall’atteggiamento umano di ‘incapsulare’ la realtà di Dio ed il suo agire entro parametri di ragionevolezza umana.

[Sant’]Agostino, lamentandosi di quei cristiani che si dicevano tali, ma sorvolavano gli aspetti scandalosi della loro fede, invita a non vergognarsi del Cristo crocifisso. “Se arrossirai di lui – commenta – sei morto”. La fede in un Dio morto sulla croce non va perciò sottaciuta perché essa non costituisce soltanto il punto di separazione rispetto a chi non crede, ma anche l’elemento fondante del cristianesimo stesso. Certamente riuscirebbe umanamente più ragionevole pensare a Cristo come ad una creatura. «L’ignoranza dell’uomo – dichiara Ilario – non vuole riconoscere il Signore della gloria eterna sotto le deformità della croce». Ma che cosa nasconde questa incredulità? È sempre il tentativo di «rinchiudere ciò che non ha confini nei confini del pensiero», ovvero di costruirsi un Dio che risponda ai propri desideri. Questa è la tendenza sempre presente e che, ancor prima d’Ilario, Atenagora aveva ben sintetizzato dichiarando che i filosofi “non si sono degnati di conoscere da Dio quanto riguarda Dio, ma ciascuno ha voluto conoscerlo a partire da se stesso”. La conferma la troviamo chiaramente affermata nella vicenda dei martiri cristiani: nel nome dello stesso Dio alcuni uccidono ed altri si lasciano uccidere. Ma ancor oggi si può vedere come terroristi fanno stragi nel nome di Dio mentre altri combattono nel suo nome: tutto questo mostra quali implicazioni pratiche contraddittorie si diano nel riferirsi a Dio e come spesso lo si misuri con un metro umano. Va dunque superata la tentazione antropomorfica di fare un Dio a nostra immagine e somiglianza eludendo l’equivoco – come dichiara Ilario – di ritenere che «nel mondo ci sia soltanto ciò che la mente intende in se stessa o può trarre da sé». Persino il fatto stesso di concepire Dio come il contrario dell’uomo significa rimanere prigionieri d’una concezione antropomorfica. Ancora in linea con queste riflessioni Ilario respinge le argomentazioni di quanti, non capendo gli interventi di Dio nella storia, decidono che essi sono ingiusti. È l’errore di quanti pensano «che non possa avvenire ciò che non si riesce a spiegare» e si fanno «arbitri e moderatori del potere divino, quasi che (in rapporto all’incarnazione) sia più difficile per Dio aver assunto un uomo che averlo formato». Eppure proprio i misteri centrali della fede cristiana concernenti l’incarnazione e la morte di Dio significano affermazione della sua alterità; rispetto della sua trascendenza, potenza e libertà; ammissione dell’interesse di Dio per l’uomo, espresso nell’adattarsi a lui senza comunque perdere i suoi attributi. Visto entro questi parametri, lo scandalo dell’incarnazione e della croce rimane, certo, un ‘passaggio’ difficile, eppure, valutato con la ‘logica’ di un Dio assolutamente libero che non si lascia prescrivere dall’uomo come agire, si attenua ed, anzi, cede il posto ad un senso di profonda riconoscenza.

Da: Missionari Cappuccini Milano 56/4 (ottobre-dicembre 2018), pp. 62-64.

Mons. Luigi Padovese, Vicario Apostolico dell’Anatolia, ucciso a Iskenderun (Turchia) il 3 giugno 2010.