BLOG: Cuando la violencia contra cristianos/as clama una respuesta

 

Que en los últimos tiempos se han incrementado los signos de violencia entre los seres humanos ya no es novedad, pero no por ello es una realidad que se afronte en toda su atrocidad, sea en sus manifestaciones como en sus múltiples causas. Son notorias las violencias perpetradas a los cristianos, así como a otras confesiones religiosas, las cuales son noticia más o menos evidente en algunos medios, pero sin llegar a mostrar su real dramaticidad, personal y sistémica. Es común que se las presente como causadas por tan solo cuestiones de diferencias religiosas, y seguro que algo de ello hay. Pero no se puede negar que el dolor y el clamor de tantas muertes inocentes no pueden quedar relegados a una cuestión marginal, pues todo indica que detrás hay intereses políticos, económicos y socioculturales, que al parecer no habría la mínima intención de afrontar seriamente. Aunque los diversos ataques aparecen como agresión a la libertad religiosa, con el consecuente embate a la libertad de pensamiento y, sobre todo, de conciencia, nos parece que no es solo ni primariamente eso lo que está en juego….. Vai al BLOG

In ricordo di Mons. Luigi Padovese, professore invitato dell’Accademia

Da una conferenza di Mons. Luigi Padovese su “Missionarietà e dialogo”
Anni addietro E. Käsemann ebbe a scrivere: “Solo il Dio della croce è il nostro Dio. Ed egli non è mai il Dio che il mondo può accettare senza essersi convertito”. Da questo punto di vista il “perché non sono (o non sono più) cristiano” di molti nostri contemporanei, deve tramutarsi per noi in un interrogativo e in un ripensamento: “Perché io sono (ancora) cristiano?” Che cosa fonda la nostra identità?
Chi non accetta Cristo può esercitare nei nostri confronti una funzione maieutica, costringendoci a mettere in luce le fondamenta della nostra fede, proprio come avvenne nei primi secoli quando le questioni provenienti dal mondo pagano ed ebraico hanno costituito uno stimolo per la riflessione cristiana e finanche per il suo sviluppo dottrinale. Allora come oggi è bene porsi sotto gli occhi le difficoltà di essere cristiani per non correre il rischio di illudersi d’esserlo o di esserlo troppo facilmente. Per chi è chiamato all’annuncio non si tratta perciò soltanto di ripensare e di riproporre in modo nuovo il messaggio evangelico per facilitarne la comprensione e l’accettazione, ma di fare presente che la fede cristiana – anche nella situazione attuale – ha qualcosa di difficile da accettare ma d’incontestabilmente essenziale: la fede nella manifestazione dell’Assoluto in una particolarità storica, ossia la fede nella comunicazione che Dio ha fatto di sé in Gesù Cristo. Ora, il problema di fondo che il pluralismo religioso pone è quello di connettere la volontà salvifica universale di Dio con questa fede in Gesù Cristo unico mediatore tra Dio e gli uomini e – di conseguenza – come rimanere aperti al dialogo senza rinnegare la fedeltà all’unicità del cristianesimo.
Si conoscono le risposte date su questo tema fin dagli inizi del cristianesimo: una esclusivista secondo la quale il cristianesimo è la ‘vera religione’ al di fuori della quale non v’è salvezza; una di tipo inclusivo che pur riconoscendo l’unicità della salvezza operata in Cristo, vede nelle tradizioni non cristiane una sorta di ‘praeparatio evangelica’ (Nostra aetate 2); una pluralista in cui le diverse religioni sono valutate su piano paritario come risposte date all’unica realtà divina e quindi non misurate a partire dall’evento di Gesù ma dalla volontà salvifica universale di Dio. Pur rinunciando a parlare di egemonia del cristianesimo rispetto alle altre religioni e riconoscendo che l’opera di Dio non è limitata dall’economia dell’incarnazione, è un fatto che l’affermazione di Paolo “In Cristo (…) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9) suona inequivocabile. Come afferma Claude Geffré “il cristianesimo, proprio in quanto religione dell’incarnazione, è la religione del paradosso assoluto”. Questa constatazione non ammette equivoci e ci ricorda che il nucleo del cristianesimo non è la fede in Dio, ma in questo ‘volto’ di Dio, incarnato quanto sofferente. Come è sottolineato nella tradizione patristica che non ha perso nulla della sua attualità, questa è la ‘porta stretta’ per la quale si deve passare piegando il capo nell’esercizio dell’umiltà che, come afferma Ilario di Poitiers, rappresenta “la più importante delle virtù” in quanto su di essa è modulata tutta l’esperienza umana di Cristo. Evidentemente l’accettazione di questa esperienza, e più specificamente della passione e morte o del ‘sacramentum humilitatis’ esige uno sforzo della volontà dal momento che l’intelligenza da sola è incapace di afferrare “il perché di un Dio posto sulla croce”.
Ma non è scandaloso tutto ciò? Non è un insulto all’intelligenza umana e un fare violenza a Dio il volerlo delimitare, restringerlo entro un uomo, per giunta crocifisso? Guardando a fondo, l’incredulità riflessa nei confronti di Cristo nasce spesso dall’atteggiamento umano di ‘incapsulare’ la realtà di Dio ed il suo agire entro parametri di ragionevolezza umana.

[Sant’]Agostino, lamentandosi di quei cristiani che si dicevano tali, ma sorvolavano gli aspetti scandalosi della loro fede, invita a non vergognarsi del Cristo crocifisso. “Se arrossirai di lui – commenta – sei morto”. La fede in un Dio morto sulla croce non va perciò sottaciuta perché essa non costituisce soltanto il punto di separazione rispetto a chi non crede, ma anche l’elemento fondante del cristianesimo stesso. Certamente riuscirebbe umanamente più ragionevole pensare a Cristo come ad una creatura. «L’ignoranza dell’uomo – dichiara Ilario – non vuole riconoscere il Signore della gloria eterna sotto le deformità della croce». Ma che cosa nasconde questa incredulità? È sempre il tentativo di «rinchiudere ciò che non ha confini nei confini del pensiero», ovvero di costruirsi un Dio che risponda ai propri desideri. Questa è la tendenza sempre presente e che, ancor prima d’Ilario, Atenagora aveva ben sintetizzato dichiarando che i filosofi “non si sono degnati di conoscere da Dio quanto riguarda Dio, ma ciascuno ha voluto conoscerlo a partire da se stesso”. La conferma la troviamo chiaramente affermata nella vicenda dei martiri cristiani: nel nome dello stesso Dio alcuni uccidono ed altri si lasciano uccidere. Ma ancor oggi si può vedere come terroristi fanno stragi nel nome di Dio mentre altri combattono nel suo nome: tutto questo mostra quali implicazioni pratiche contraddittorie si diano nel riferirsi a Dio e come spesso lo si misuri con un metro umano. Va dunque superata la tentazione antropomorfica di fare un Dio a nostra immagine e somiglianza eludendo l’equivoco – come dichiara Ilario – di ritenere che «nel mondo ci sia soltanto ciò che la mente intende in se stessa o può trarre da sé». Persino il fatto stesso di concepire Dio come il contrario dell’uomo significa rimanere prigionieri d’una concezione antropomorfica. Ancora in linea con queste riflessioni Ilario respinge le argomentazioni di quanti, non capendo gli interventi di Dio nella storia, decidono che essi sono ingiusti. È l’errore di quanti pensano «che non possa avvenire ciò che non si riesce a spiegare» e si fanno «arbitri e moderatori del potere divino, quasi che (in rapporto all’incarnazione) sia più difficile per Dio aver assunto un uomo che averlo formato». Eppure proprio i misteri centrali della fede cristiana concernenti l’incarnazione e la morte di Dio significano affermazione della sua alterità; rispetto della sua trascendenza, potenza e libertà; ammissione dell’interesse di Dio per l’uomo, espresso nell’adattarsi a lui senza comunque perdere i suoi attributi. Visto entro questi parametri, lo scandalo dell’incarnazione e della croce rimane, certo, un ‘passaggio’ difficile, eppure, valutato con la ‘logica’ di un Dio assolutamente libero che non si lascia prescrivere dall’uomo come agire, si attenua ed, anzi, cede il posto ad un senso di profonda riconoscenza.

Da: Missionari Cappuccini Milano 56/4 (ottobre-dicembre 2018), pp. 62-64.

Mons. Luigi Padovese, Vicario Apostolico dell’Anatolia, ucciso a Iskenderun (Turchia) il 3 giugno 2010.

Mons. Ignazio Sanna, già docente dell’Accademia, presidente della Pontificia Accademia di Teologia

 

(Città del Vaticano) – E’ Mons. Ignazio Sanna, già docente della Accademia Alfonsiana (1997-2006), il nuovo presidente della Pontificia Accademia Teologica. Lo ha nominato Papa Francesco.
La Sala Stampa della Santa Sede ha dato la notizia il 3 giugno 2019 che il Papa ha nominato presidente della Pontificia Accademia di Teologia Mons. Ignazio Sanna, arcivescovo emerito di Oristano e accademico “ad honorem” della medesima Pontificia Accademia. Succede al prof. Réal Tremblay, docente emerito della Accademia Alfonsiana.

Chi è mons. Sanna
E’ nato ad Orune, in provincia di Nuoro, il 20 febbraio 1942. Ha compiuto i suoi studi prima nel Seminario vescovile di Nuoro, in seguito in quello Regionale di Cuglieri (Nu) ed infine al Seminario Romano Maggiore. Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale l’11 marzo 1967, nella chiesa parrocchiale di Orune, incardinandosi nella diocesi di Nuoro. Nel 1968 è entrato tra i sacerdoti studenti della Pontificia Accademia Ecclesiastica. Il 30 aprile 1970 ha conseguito la Laurea in Teologia, presso la Pontificia Università Lateranense; il 23 marzo dello stesso anno quella in Filosofia, presso l’Università “La Sapienza” di Roma ed il 21 giugno 1972 la Laurea in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense. Dal 1974 fa parte dell’Istituto Secolare dei Sacerdoti Diocesani di Schönstatt. Nel 1983 è stato nominato Cappellano di Sua Santità. Docente dell’Accademia Alfonsiana dal 1997 al 2006, Istituto di Teologia Morale dei Redentoristi a Roma. Il 22 aprile 2006 la nomina ad arcivescovo metropolita di Oristano da Papa Benedetto XVI. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale nella cattedrale di Oristano il 25 giugno successivo dal card. Camillo Ruini. Nel marzo 2017 il Papa ha accettato la sua rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Oristano, presentata al compimento del 75° anno di età, con la formula “nunc pro tunc”, prorogando il suo mandato di arcivescovo metropolita della città per altri due anni. Dal 25 settembre 2017 al 24 maggio 2018 è nominato presidente ad interim della Commissione episcopale per la Dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza episcopale italiana.
Il 3 ottobre 2017 è eletto vice presidente della Conferenza episcopale sarda. Il 4 maggio 2019, Papa Francesco accetta la sua rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Oristano.ed oggi la nomina a presidente della Pontificia Accademia Teologica.

La Pontificia Accademia di Teologia: una delle Accademie della Curia romana
Dedicata alla formazione dei teologi, l’Accademia ha la missione di promuovere il dialogo fra la fede e la ragione e approfondire la dottrina cristiana seguendo le indicazioni del Papa. Compito degli accademici è “presentare l’intelligenza della Rivelazione ed il contenuto della fede”. Fu istituita canonicamente da Papa Clemente XI con lettera del 23 aprile 1718. Successivamente l’Accademia fu sostenuta e potenziata per l’opera dei Papi Benedetto XIII, Clemente XIV, Gregorio XVI e Giovanni Paolo II. Questi ultimi due Papi ne hanno rinnovato gli statuti rispettivamente il 26 ottobre 1838 e il 28 gennaio 1999.

(www.vaticannews.va)