L’attesa è… ricerca gioiosa. Meditazione di Avvento con Sant’Alfonso e papa Francesco

21 Dicembre 2020

 

«L’invito alla gioia è caratteristico del tempo di Avvento: l’attesa della nascita di Gesù, l’attesa che viviamo è gioiosa, un po’ come quando aspettiamo la visita di una persona che amiamo molto, ad esempio un amico che non vediamo da tanto tempo, un parente… Siamo in attesa gioiosa»[1].

…dunque non un’attesa passiva ma attiva, perché paziente e costante (cf. IIa lettura della terza domenica d’avvento; 1Ts 5,16-24) come quella del Battista «che – eccettuando la Madonna e san Giuseppe – per primo e maggiormente ha vissuto l’attesa del Messia e la gioia di vederlo arrivare (cf. Gv 1,6-8.19-28)»[2].

Sei tu… o dobbiamo attendere un altro

O Dio, che chiami gli umili e i poveri a entrare nel tuo regno di pace, fa’ germogliare tra noi la tua giustizia,
perché viviamo nella gioia l’attesa del Salvatore che viene.
(Colletta IIIa domenica)

Un’attesa “salutare”

Nella sua quarta meditazione d’Avvento, sant’Alfonso offre un’interpretazione potremmo dire “salutare” – nel senso eminentemente alfonsiano – della “attesa” del Redentore alla quale l’umanità è stata chiamata a prepararsi. Dio Padre – scrive il de Liguori – «lasciò passare quattro mila anni dopo il peccato di Adamo prima di mandare in terra il suo Figlio a redimere il mondo». In ciò siamo chiamati ad ammirare «la divina sapienza; ella differisce la venuta del Redentore per renderla agli uomini più gradita: la differisce acciocché si conosca meglio la malizia del peccato, la necessità del rimedio e la grazia del Salvatore. Se subito dopo il peccato di Adamo fosse venuto Gesù Cristo, poco si sarebbe stimata la grandezza del beneficio»[3]. Col suo avvento – si legge nella sesta meditazione – il mondo è stato liberato tanto dalla tenebra dell’idolatria, in quanto con la sua persona, il Cristo, «dà luce del vero Dio», tanto dalla tenebra del peccato, per mezzo della «luce della sua dottrina e de’ suoi divini esempi»[4].

L’inquietudine che muove la ricerca… e l’agire di Dio

Nello scritto alfonsiano, l’inquietudine che anima l’attesa e la ricerca attiva del Battista – e forse anche il cuore di ogni uomo –  sembra trovare risposta sulla labbra dell’eterno Padre, al quale Alfonso fa “dire”: «Questo povero bambino […] che voi vedete, o uomini, posto in una mangiatoia di bestie e steso sulla paglia, sappiate che questo è il mio Figlio diletto ch’è venuto a prendersi sopra di sé i vostri peccati e le vostre pene; amatelo dunque, perché troppo è degno del vostro amore e troppo v’ha obbligati ad amarlo»[5]. Di certo la «salvezza di tutti gli uomini» niente «poteva aggiungervi» alla grandezza di Dio, eppure «egli ha fatto e patito tanto per salvare noi miserabili»[6]. Solo «un Dio era capace di amare con tanto eccesso noi miseri peccatori ch’eravamo così indegni d’essere amati»[7].

Un verbo ricorre più volte nei testi del santo Dottore, è il verbo “cercare” applicato sì all’uomo ma molto di più a Dio. Nella nona meditazione, ad esempio, è lo stesso Cristo a porsi in ricerca dell’uomo portando così a compimento le parole del profeta Isaia (Is 35,1-6a.10). «Io sono un povero peccatore», scrive Alfonso, e poi rivolgendosi all’amato Redentore esclama «ma questi peccatori voi avete detto che siete venuto a cercare: “Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). Io sono un povero infermo, ma questi infermi voi siete venuto a guarire, dicendo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Lc 5,31). Io son perduto per li miei peccati, ma questi perduti voi siete venuto a salvare»[8].

Più avanti, a mo’ di risoluzione personale del precedente discorso, Alfonso scrive «Gesù mio […] Voi siete venuto dal cielo a cercar le pecorelle perdute. Cercate dunque me, ed io non cerco altro che voi»[9]. Voi «avete detto che a chi v’apre, non isdegnate d’entrarvi, e di restarvi in sua compagnia (Ap 3, 20). Se io vi ho discacciato un tempo da me, ora v’amo, e altro non desidero che la vostra grazia. Ecco la porta è aperta, entrate su nel mio povero cuore, ma entrate per non partirvene più. Egli è povero, ma entrando voi lo farete ricco. Ricco io sarò, sempre che possederò voi, sommo bene»[10].

…ancora uno spunto di riflessione

Ah mio caro Bambino, ditemi che siete venuto a fare in questa terra? Ditemi chi andate cercando? Ah già v’intendo, voi siete venuto a morire per me, per liberarmi dall’inferno. Siete venuto a cercare me pecorella perduta, acciocchè io non fugga più da voi e v’ami. (cf. Nove meditazioni per ciascun giorno della novena, 267).

Voi non sapete abbandonare un’anima che vi cerca; se per lo passato io v’ho lasciato, ora vi cerco e v’amo (cf. Ibid., 273)

p. Antonio Donato, CSsR

 

[1] Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, 13.12.2020.

[2] Ibid.

[3] A.M. de Liguori, [Meditazioni] Per li giorni dell’Avvento sino alla novena della nascita di Gesù Cristo, in Opere ascetiche, IV: Incarnazione – Eucaristia – Sacro Cuore di Gesù, Redentoristi, Roma 1939, med. IV, 147-148; [= Avvento].

[4] Ibid., med. VI, 152.

[5] Ibid., med. VII, 155. Circa l’obbligo interiore ad amare colui che per primo ha amato, Alfonso, nella quindicesima meditazione, scrive: posti di fronte allo «eccesso di bontà e d’amore [di] un Dio [che ha] voluto ridursi a comparire da picciolo fanciullo, stretto fra le fasce, collocato su la paglia, che piange, che trema di freddo, che non può muoversi, che ha bisogno di latte per vivere, com’è possibile non [sentarsi] tirato e dolcemente costretto a dare tutt’i suoi affetti a questo Dio infante che si è ridotto a tale stato per farsi amare?». Certamente «se senza fede entreremo nella grotta di Betlemme, altro non avremo che un affetto di compassione in vedere un bambino ridotto a stato così povero, che nascendo nel cuore dell’inverno sia posto a giacere in una mangiatoia di bestie, senza fuoco ed in mezzo ad una fredda spelonca». Se invece, entreremo con viva fede, così come i pastori «che erano illuminati dalla fede», riconosceremo «in quel bambino l’eccesso del divino amore, e da questo amore infiammati [andremo] poi lodando e glorificando Dio» (cf. Ibid., med. XV, 173-174).

[6] Cf. Avvento, med., IX, 158.

[7] Ibid., med. IX, 158. Nella tredicesima meditazione Alfonso riprende questo concetto e, rivolgendosi al lettore, afferma: «Considera come Gesù patì sin dal primo momento di sua vita, e tutto lo patì per nostro amore. Egli in tutta la sua vita non ebbe altro interesse, dopo la gloria di Dio, che la nostra salvezza. Egli come Figlio di Dio non avea bisogno di patire per meritarsi il paradiso: quanto sofferse di pene, di povertà e d’ignominie, tutto l’applicò per meritare a noi la salute eterna. Anzi potendo salvarci senza patire, volle assumere una vita tutta di dolori, povera, disprezzata e abbandonata da ogni sollievo, con una morte la più desolata ed amara che abbia fatta mai alcun martire o penitente, solo per farci intendere la grandezza dell’amore che ci portava e per guadagnarsi i nostri affetti. Visse […] per ottenere a noi la divina grazia e la gloria eterna, affin di averci sempre seco in paradiso» (Ibid., med. XIII, 168-169).

[8] Avvento, med. IX, 159.

[9] Ibid., med. X, 162.

[10] Ibid., med. XII, 168.

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